La storia della Boron Neutron Capture Therapy (BNCT) comincia molto prima di quanto si potrebbe immaginare, in un'epoca in cui la fisica nucleare muoveva i suoi primi passi. Tutto parte dalla scoperta del neutrone, nel 1932, ad opera di James Chadwick. Pochi anni dopo, nel 1936, il fisico americano Gordon Locher intuisce le potenzialità di questa scoperta per la medicina: in un articolo pubblicato su The American Journal of Roentgenology and Radium Therapy ipotizza che l'interazione tra i neutroni rilasciati dal radio e catturati dal berillio possa diventare un trattamento per il cancro. È un'idea pionieristica, che getta le basi teoriche di quella che diventerà la BNCT.
Bisogna attendere il 1951 per vedere la prima applicazione clinica. Al Massachusetts General Hospital, il neurochirurgo William H. Sweet e il fisico del MIT Gordon L. Brownell conducono i primi studi utilizzando il reattore di ricerca di Brookhaven, a Long Island, e borato di sodio. Il 15 febbraio di quell'anno, per la prima volta, un paziente affetto da tumore al cervello viene trattato con un fascio di neutroni. La sperimentazione, va detto onestamente, si rivela un fallimento: la tecnologia e i composti disponibili non sono ancora all'altezza dell'intuizione.
La svolta arriva negli anni '70, in Giappone, grazie al lavoro del neurochirurgo Hiroshi Hatanaka, che avvia un programma clinico basato sul BSH, un nuovo e più efficace composto di boro sviluppato insieme al chimico americano Albert H. Soloway. Nello stesso periodo, il dermatologo Yutaka Mishima introduce la BPA, il composto che ancora oggi resta il più utilizzato nella BNCT. È il momento in cui la terapia comincia davvero a funzionare, ponendo le basi scientifiche su cui si costruirà la ricerca dei decenni successivi.
Negli anni '90 la ricerca riparte con nuovo slancio e si diffonde a livello internazionale: programmi clinici tornano attivi a Brookhaven, al MIT, in Finlandia, in Giappone, e nascono nuove sperimentazioni anche in Cina e Argentina. È in questo contesto che l'Italia entra in gioco: l'Università di Pavia avvia una collaborazione con l'INFN e il LENA, il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dotato di un reattore di ricerca, ponendo il nostro Paese tra i protagonisti internazionali di questo campo di studi.
È da questa lunga eredità scientifica che nasce, oggi, il Progetto Transboro, finanziato dal programma Interreg Italia-Svizzera. L'Università di Pavia, con il gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Silva Bortolussi, è partner del progetto: al LENA verranno testati i nuovi composti sviluppati dai team dell'Università del Piemonte Orientale, coordinati dal professor Luigi Panza per la parte di chimica e sintesi e dal professor Riccardo Miggiano per la biochimica e la biologia strutturale. Un lavoro che unisce competenze diverse attorno a un obiettivo comune: rendere la BNCT sempre più selettiva ed efficace.
Guardando al futuro, la sfida più grande riguarda la diffusione della terapia. I reattori nucleari, per loro natura, non possono essere installati in un ospedale: per questo la ricerca punta oggi su acceleratori di particelle compatti, capaci di produrre neutroni e portare la BNCT direttamente in clinica. In Giappone questo passaggio ha già dato i suoi frutti: gli acceleratori compatti hanno reso possibile l'approvazione clinica della terapia e la sua copertura assicurativa pubblica dal 2020. L'Italia guarda a questo modello con il progetto ANTHEM, a Caserta, finanziato da PNRR e Regione Campania.
Il futuro della BNCT si gioca proprio sull'incontro tra chimica e fisica: da un lato nuovi composti di boro, più selettivi e capaci di colpire il tumore risparmiando i tessuti sani; dall'altro acceleratori compatti pensati per l'ospedale, che possano portare la terapia accanto al paziente. È l'incontro tra questi due filoni di ricerca — quello di chi, quasi un secolo fa, immaginò per primo questa possibilità, e quello di chi oggi lo sta trasformando in realtà — che può portare la BNCT oltre la ricerca, fino a curare davvero i malati di tumore, anche in Italia.